“Silenziosi e invisibili. Senza labbra né occhi”

Un romanzo: attraverso il silenzio e il buio, l’autrice disegna un mondo interiore profondo, con “parole” incisive e “colori” vividi.

Un titolo: L’ora di greco. Il ruolo centrale della lingua contribuisce alla ricerca dell’identità dei personaggi. Sebbene complicata, svela la realtà dolorosa dei protagonisti. Al contempo, la lingua dà speranza e rappresenta un mezzo di connessione tra corpo, mente e mondo. È una ricerca dell’areté, un percorso di guarigione.

Un’autrice: Han Kang, sudcoreana, premio Nobel per la Letteratura 2024.

Una casa editrice: Adelphi gioca un ruolo cruciale nella promozione e nel consolidamento dell’autrice presso il pubblico italiano.

Anno di pubblicazione: 2011

Ristampa: 2023

In copertina: Ji Seok Cheol, Non-esistenza (2029)

Traduzione: Lia Iovenitti

Se il silenzio e il buio potessero avere labbra e occhi, cosa ci direbbero e cosa vedrebbero in questa storia?

Il profondo dolore di una donna che, in due momenti distinti della sua vita, piomba improvvisamente nel silenzio: nell’adolescenza e in età adulta. Le cause della perdita della parola, che “si rifiuta ostinatamente di completarsi” e “si agita dentro di lei”, non sono esplicitate. La morte della madre e l’allontanamento del figlio, dopo il divorzio, sono solo alcuni degli eventi che segnano una vita sconvolta dal dolore, dalla sofferenza e dall’assenza. Le lingue sembrano essere l’unica via di fuga: una parola francese, “bibliothèque“, le restituisce la parola la prima volta, mentre il greco, con “le parole di quella lingua morta”, insieme al volto del figlio, sono le uniche cose che “riesce a strappare al gelo del silenzio“.

Le profonde ferite emotive e affettive della protagonista si intrecciano con quelle di un uomo innamorato di lei, ma non corrisposto, che conosce da giovane e che rischia di perdere la vista. Dopo una lunga separazione, i due si rincontrano da adulti, questa volta come insegnante di greco e allieva. Per i protagonisti, il corpo, prigioniero dell’handicap, diventa il campo di battaglia di una lotta interiore contro il gelo dell’anima. La lingua greca diventa per i protagonisti una terapia, una ricerca di una nuova identità, un’esperienza corporea ed emotiva. Attraverso lo studio di una lingua antica, carica di significati e ricca di storia, la protagonista sembra riappropriarsi della propria voce, come se fosse un allenamento per un corpo che si libera delle tensioni fisiche ma soprattutto emotive. Le parole sono come “fantasmi incorporei, la loro forma non si lascia toccare”.

L’evoluzione dei personaggi principali è straordinaria: iniziano nel profondo delle loro esperienze di solitudine, isolamento, paura e perdita. Tuttavia, nel corso della storia, questi sentimenti si trasformano lentamente e inesorabilmente. La solitudine si dissolve nella condivisione, l’isolamento lascia spazio alla connessione, la paura viene sostituita dalla speranza, e la perdita si trasforma in una potente rinascita. I personaggi minori del romanzo appaiono come comparse e a volte come spettatori passivi, testimoni di dolori intensi. Tuttavia, quando compaiono, aiutano a definire meglio lo stato emotivo e psicologico dei protagonisti e a dar loro voce.

“C’è mancato tanto così che non nascessi” è la frase che la protagonista si è sentita ripetere continuamente da piccola. Sua madre, quando era incinta di lei, aveva rischiato di non metterla al mondo a causa della febbre tifoide che aveva contratto. Come in una profezia che si autoavvera, la sua vita è trascorsa al confine tra l’essere e il non essere, tra il detto e il non detto, tra il sentito e il non sentito. Questo esempio mostra come anche i personaggi minori e di passaggio abbiano un ruolo determinante nella storia traumatica dei protagonisti.

La parola scritta nel romanzo di Han Kang è chiara e semplice, ma al contempo carica di significati che richiedono una lettura attenta per comprendere i messaggi nascosti dietro ogni singola parola. In diverse occasioni, sembra che le parole si trasformino in fonemi parlati, sostituendosi così al profondo silenzio e al gelo della comunicazione della protagonista. Significativo che solo nove dei capitoli abbiano un titolo, alternando così il concetto di presenza e assenza. Tra questi, “Conversazioni al buio” lo trovo particolarmente intenso e disarmante per la sua intimità e profondità. La numerazione dell’ultimo capitolo “0” sembra indicare che la fine sia un nuovo inizio, conferendo al racconto un senso di ciclicità e la possibilità di una rinascita.

I dialoghi e le interazioni nel romanzo sono ridotti all’essenziale, la trama segue una struttura non lineare e i protagonisti non hanno nomi, ma emergono attraverso i ricordi e le esperienze vissute. La perdita della parola non è mai esplicitamente nominata dalla protagonista, che si riferisce all’evento con l’espressione “quella cosa”. La trama alterna passato e presente, sogno e realtà, creando a volte un senso di insofferenza nel lettore, quasi trascinandolo dentro la storia per fargli vivere le emozioni dei protagonisti. Nel romanzo, tutto prende forma per riempire il profondo senso di mancanza dei personaggi.

Dalla nota dell’autrice: “Non voglio dimenticare i due anni trascorsi con questo romanzo, il silenzio, la voce e il calore corporeo dei due protagonisti, e la luce speciale di questi istanti.”

Per tutto il romanzo non vengono specificati i motivi o gli eventi traumatici che hanno causato il mutismo della protagonista. Come detto, la perdita della custodia del figlio e la morte della madre sono dolori significativi, ma non sono i motivi principali delle profonde ferite. È un’assenza che si manifesta su vari livelli e che va oltre questi eventi dolorosi, influenzando ogni aspetto della vita della protagonista. “Sa che la perdita del linguaggio non è causata da alcun evento specifico.”

“Non è così semplice”, ripete più volte la protagonista. In questa semplice frase, esprime non solo la profondità dei traumi, ma anche l’impotenza nel trovare spiegazioni più profonde alla sua condizione, la paura del futuro e i limiti fisici, psichici ed emotivi che si trova ad affrontare.

C’è una profonda discrezione e spesso freddezza nel racconto degli avvenimenti e delle emozioni, come se tutto dovesse tacere e far emergere il profondo disagio dei personaggi. In alcune occasioni, però, un urlo muto irrompe con forza nella gola della donna, e il messaggio sembra comunque arrivare al destinatario con potenza. Ci sono due occasioni in particolare che fanno riferimento alla situazione con il figlio. Una dice: “Come puoi portarlo via? Così lontano! E per così tanto tempo! Stronzo! Sei uno stronzo infame! Aveva continuato a tremare addentando a vuoto l’aria…” Potenza e impotenza danzano all’unisono.

L’intensità del romanzo, seppur nella discrezione e delicatezza, si percepisce grazie alla ricchezza di similitudini, simboli e metafore, che rendono il racconto di una potenza impalpabile e ci svelano la profondità delle emozioni e la complessità dei personaggi. La natura, per esempio, non è un semplice sfondo, ma diventa essa stessa un personaggio che interagisce con i protagonisti e talvolta li influenza: “ritmo sincopato tra i silenzi dell’uomo e il verso degli insetti”; “una miriade di petali freddi, ostinatamente silenziosi”; “Il rumore della pioggia si insinua attraverso la finestra chiusa, forte come se volesse crepare e sfondare strade e palazzi.”

Le Catacombe sono l’unico ricordo del personaggio maschile di un viaggio in Italia. Non descritte realisticamente, sono evocate attraverso la sua interiorità. Il tema della morte emerge potente nel romanzo: morte della madre, dell’amico Joachim Gründel, del pulcino Bibi, della parola, della vista, della lingua antica. La metafora della tomba e della spada di Borges, delle prime pagine, simboleggia la morte, la separazione, il destino e la cecità del personaggio. Allo stesso tempo, la morte rappresenta rinascita, conoscenza e mistero.

L’esplorazione del silenzio e del buio porta i personaggi a una ricerca del sé, della propria identità, spesso smarrita nel profondo dolore, diventa luogo di introspezione che invita alla riflessione. La vita dei due protagonisti, trascorsa tra Germania e Corea, tra lingue differenti, tra parola e silenzio, tra vista e buio, tra l’essere “spaccati a metà”, come spesso scrive l’autrice riferendosi alla donna, evidenzia il dualismo presente nei personaggi.

La Han approfondisce il tema dell’assenza, che va oltre la mera mancanza fisica della parola e della vista. Questa assenza influenza ogni aspetto della vita dei protagonisti e il loro rapporto con il mondo: assenza del figlio, di comunicazione, di significato, di futuro… A volte l’assenza diventa una presenza fantasma e dolorosa, come quella del figlio presente solo nei ricordi. Schiaccia i personaggi nella ricerca di una soluzione. L’assenza può contenere in sé il desiderio di ricominciare?

Dopo tanta sofferenza, si intravede la speranza che emerge chiaramente in alcuni passaggi, come quello dalla lingua morta, il greco, a quella viva, il coreano: “Non sa che ha scritto delle lettere di quella lingua morta come se avanzasse a tentoni in un intrico di strade sepolte sotto il ghiaccio, e poi con ostinazione ha continuato a scrivere frasi insopportabilmente vive nella propria lingua materna.”“Insopportabilmente vive”: sono insopportabili perché intense o perché vivere è faticoso?

Una parola che mi ha colpito particolarmente e che credo faccia da ponte tra il passato, il presente e forse il futuro è “Bosco”, 숲 in coreano. La sua forma ricorda quella di una pagoda. È “una parola che trova compiutezza nel silenzio” e una quiete che la protagonista ritrova alla fine del romanzo, nella probabile accettazione della sua condizione.

“Qualcosa dentro di noi si è spezzato.
Là dove non c’era più luce né voce.”

© Immagine Han Kang: @mireipinterest